Il Bassorilievo della Crocifissione nella Chiesa di San Bachisio: un enigma fuori dai canoni dell'arte religiosa

di Giorgio Bussa

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| Categoria: Storia
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La chiesa di san Bachisio sotto l'abitato di Bolotana, luogo di pellegrinaggi e di strane leggende nel passato e in tempi recenti oggetto di studi e di ricerche, è caratterizzata da tre serie di bassorilievi, una nel portale e due all'interno, e dalla presenza di un bassorilievo isolato, composto di tre parti sovrapposte con soggetti figurativi diversi.

Oltre che per la conformazione, è diverso dagli altri per il genere dei soggetti rappresentati. Si trova sopra l'arco d'ingresso dell'ultima cappella a sinistra, e arriva fino al cornicione che corre alla sommità della parete. Può essere considerato il punto ombelicale della chiesa, da dove parte un cordone che affonda le radici nel tempo e in una complicata psicologia collettiva.

In basso, assumendo forma ovoidale, compare la figura inaspettata del dio pagano Bacco, conosciuto nel mondo mediterraneo anche con il nome greco di Dioniso e sentito per i suoi riti orgiastici come l'interprete del senso pagano della vita.

In alto all'interno di un semicerchio è rappresentato il sole che sorge; ad esso sembra dovuta la collocazione del bassorilievo nella parete di sinistra esposta verso nord-est.

In mezzo tra due figure così diverse si trova la scena della crocifissione, dove ci sono due particolari inaspettati, un Cristo nudo e due donne accovacciate ai suoi piedi che guardano verso di noi.

La scena è inquadrata da due colonne con capitelli floreali ed ha sullo sfondo volti di indefinibili personaggi.

Una matrice comune sembra riferibile a questo bassorilievo e all'insieme degli altri, distribuiti nelle colonne del portale e all'interno nelle paraste tra le cappelle e negli archi trasversi della volta.

Dappertutto si può notare l'assenza di un vero spirito religioso, il persistere del motivo fallico e la commistione fra scene e figure di diversa ispirazione; esse sembrano influenzate anche dal luogo in cui si trovano.

Nel portale compaiono quattro guerrieri o cacciatori, dotati di spade corte e curve diversamente orientate; due di essi hanno il fallo scoperto. Si può tentare di metterli in relazione con stagioni o fasi lunari; ma essi hanno l'aria di essere tornati da qualche parte e di essersi fermati, forse per fare da guardia o forse solo da ornamento.

L'esibizione fallica all'esterno della chiesa appare in relazione con un episodio riguardante il martirio del santo. Questi e il suo compagno Sergio erano ufficiali dell'esercito romano in Siria; scoperti come cristiani, caddero per la fede proprio sul finire del periodo delle persecuzioni. Forse per questi particolari la loro fama e il loro culto si diffusero per secoli; inoltre, secondo la tradizione, prima del martirio furono fatti circolare in pubblico vestiti da donne. Con questo episodio e i suoi significati sottintesi i bassorilievi del portale entrano a loro modo in polemica.

Nell'interno una delle due serie si trova relativamente in basso, nelle paraste che salgono fino al cornicione dove s'innesta la volta. Di norma i bassorilievi sono due, in genere rosacee, collocati ai lati negli angoli formati dagli spigoli. Solo nelle paraste tra la seconda e la terza cappella delle due pareti diventano tre, segno che ad essi bisogna dare importanza particolare. Si tratta di scene di ballo, che ricordano l'usanza del ballo sardo nelle chiese soprattutto di campagna.

In questi bassorilievi ritorna il motivo fallico nei ballerini e nei suonatori, questa volta suggerito dalla natura della scena rappresentata. Non c'è da pensare a intenti provocatori in un clima di controriforma e di concilio tridentino. Si ha piuttosto l'impressione di una sottovalutazione del problema, per cui i costruttori non si chiedono neppure se sia conciliabile l'esibizione fallica con il carattere di una chiesa cristiana.

Per trovare scene o figure dove possa entrare la fede bisogna andare in alto, nel luogo più adatto dal punto di vista simbolico, dove ci sono i semi archi trasversi, che da un lato sembrano la continuazione delle paraste, dall'altro si ricongiungono tra loro nel sesto acuto della volta a botte.

Nei bassorilievi, unico ornamento dei semi archi, ci sono, tra pochi angeli e un maggior numero di demoni, gli alberi della perdizione e della salvezza, e c'è la cerva (l'anima) che corre guardando indietro, per poter almeno vedere il cane (i vizi) da cui fugge. C'è anche il dragone, entrato sotto forma di serpente nel racconto biblico, mentre si trova in basso la sirena bifida, uscita dai miti marini e rimasta fuori dall'immaginario cristiano. Nella volta le figure rappresentate sono in opposizione fra di loro dal punto di vista della fede, e sembrano coesistere con pari importanza tra i suoi archi.

L’insieme dei bassorilievi caratterizza questa chiesa, definita da uno studioso sardo per il sincretismo che la pervade come “un monumento unico”.

Il bassorilievo isolato con la sua natura enigmatica ne esprime lo spirito concentrandosi su poche figure essenziali.

Nella relazione fra di esse si può scorgere il suo significato ispirato dalla fede; nei due particolari della scena centrale si manifesta invece una concezione della vita, che precede anche la religione pagana.

La chiave per la sua prima lettura è la disposizione dei soggetti che viene utilizzata in modo inusuale. In basso, nel posto dei reprobi e degli sconfitti c'è un dio, già visto dal senso comune come antitetico rispetto alla necessità del sacrificio e al senso cristiano della vita.

Il faccione di Bacco è l'erede della maschera di Dioniso, usata per evocare il dio nei riti pagani delle foreste e conservata nelle anfore e negli affreschi dell'arte greca. Il dio del vino e dell'ebbrezza, che si immagina circondato e seguito da baccanti, è quanto mai raro nell'arte cristiana; e deve essere unico il caso del suo accostamento in un bassorilievo al Cristo crocifisso. Oltre alla sua natura, a richiamare l’attenzione dei costruttori su questo dio sembra esserci una questione di omonimia.

In realtà il santo cui la chiesa era dedicata era conosciuto nel mondo mediterraneo e indicato nel calendario col suo vero nome, che era Bacco (in latino Bacchus), lo stesso del dio pagano.

Solo in Sardegna, tra le sue classi popolari, questo nome si era trasformato in Bakis; con l'aggiunta della consonante finale, esso in realtà si era riconvertito nell'antico e originario nome del dio, nato come Baki nell'Asia Minore. L'omonimia del linguaggio ecclesiastico ufficiale aveva risvegliato memorie ancora più lontane. In questo modo la Sardegna ritrovava un legame anche con la terra di origine del dio pagano, con la quale aveva avuto antichissimi rapporti.

In alto c’è un semicerchio, dove è rappresentato il sole della resurrezione, che sorge insieme con il Cristo all’alba del terzo giorno, come mettono in evidenza tutti i Vangeli in apertura di racconto. Il semicerchio chiude la scena centrale della crocifissione di cui rappresenta l’epilogo, e fa da contraltare rispetto al dio pagano collocato in basso. Dentro di esso il sole è appena spuntato sull’orizzonte, indicato dal segmento circolare più denso. La sua massa è limitata e ridotta, ma i raggi salgono già aprendosi a ventaglio. La fede cristiana subito dopo la morte del Cristo intravvede la resurrezione e nella prospettiva del futuro la gloria e il successo.

Al centro c’è il Cristo, su cui si addensano le contraddizioni di una chiesa, il cui santo aveva nell’immaginario collettivo un collegamento, creato dai nomi, col dio pagano.

Il Cristo, destinato a risorgere e a emarginare il paganesimo, ora per contrappeso veniva esposto nudo sulla croce, non lontano da ballerini e suonatori, personaggi quanto mai lontani dal suo spirito.

Con essi all’interno della chiesa è stato infranto un tabù, e adesso questo tabù scompare anche in un contesto di crocifissione e morte, togliendo sacralità alla scena rappresentata.

Il Cristo nudo sulla croce è estraneo all’arte cristiana, nella pittura e nella scultura. Per trovare un paragone bisogna andare all’arte letteraria, all’imperatore nudo della favola, la cui vicenda si svolge dentro la cornice di una festa di popolo. Tutti vedono un meraviglioso vestito in cui si materializza la maestà dell’imperatore; solo un bambino, simile in questo allo scultore della chiesa, si accorge che è nudo.

L’altro particolare, che altera la natura del bassorilievo, è dato dall’atteggiamento delle due donne.

In teoria dovrebbero essere le pie donne dei vangeli; in realtà sembrano persone estranee capitate quasi a caso sotto la croce. Non sentono di avere alcun compito da svolgere, perciò si accovacciano, un gesto con cui si stacca ogni interesse dal mondo esterno. Non si rivolgono neppure verso il Cristo, come fanno le loro compagne nei quadri dei pittori per implorare e disperarsi, ma guardano in avanti verso di noi. Il loro atteggiamento non può che essere in contrasto con la fede nell’Uomo Dio e col significato della sua morte.

Le due donne, se si vogliono trovare riferimenti, richiamano piuttosto s’accabadora, figura importante conservata nella storia sarda anche grazie ai viaggiatori stranieri dell’Ottocento.

Era la donna cui la gente poteva rivolgersi, quando un’agonia si protraeva e diventava ingestibile; entrava nelle case e in qualche modo metteva fine all’agonia. Aiutava a morire con la stessa naturalezza con cui un’altra donna, o lei stessa, aiutava a nascere. Le due donne uscivano dallo stesso mondo che esprimeva le accabadore; il loro atteggiamento, che ci sembra così strano, nasce naturale e spontaneo dalla fantasia dello scultore.

Indicano che in qualche angolo della mentalità collettiva della Sardegna, soprattutto delle sua zone interne, il cristianesimo incontrava una resistenza o una indifferenza, di cui aveva parlato giusto mille anni prima un papa in una lettera famosa.

Per le due donne del bassorilievo neppure la morte del Cristo si eleva sopra la normalità della vita e l’indifferenza delle leggi della natura, la Grande Madre della religione primitiva, di cui esse conservano lo spirito e sono le lontane interpreti.


 

Giorgio Bussa

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