Partecipa a IlMarghine.net

Sei già registrato? Accedi

Password dimenticata? Recuperala

Ascanio Celestini: la violenza che nasce dalla parola

Condividi su:

SASSARI. La scorsa settimana, in una Sardegna travolta dalla tragedia delle alluvioni, è sbarcato nell'isola Ascanio Celestini, che ha presentato il suo nuovo lavoro teatrale a Sassari, Nuoro e Cagliari.
L'ingresso nella sala del Teatro Verdi di Sassari è accompagnato da un sottofondo di voci, le voci del Potere, quelle che incidono e segnano i Tempi e la Storia.
Sono frammenti di discorsi colmi di una violenza verbale che funge da premessa, che introduce lo spettatore in un clima da guerra civile di un paese immaginario, sprofondato nella disgregazione, sociale si, ma anche individuale, stordito dalla scissione dell'Io,  percorso e invaso da sentimenti ignobili, dalla meschina  violenza quotidiana esercitata sugli ultimi, da una trasformazione antropologica che ha superato ogni dimensione dell'umano.
L'ingresso di Celestini sul palco appare, inizialmente, una informale introduzione ed una necessaria spiegazione ad uno spettacolo che si annuncia complesso; per comprendere subito dopo che invece si è già dentro lo spettacolo vero e proprio.
“Io sono di sinistra...” è l'intercalare di Celestini, usato per abbozzare una serie di luoghi comuni che potrebbero sembrare ragionevoli, e che altro non sono che l'espressione del più becero modo di pensare, ormai diffusissimo tanto da rappresentare una normalità nella quale tutti si riconoscono, intriso di razzismo, omofobia e qualunquismo, che sfocia nell'inevitabile slogan fascista “ però me ne frego”.
Quella di “Discorsi alla Nazione” si presenta come un'analisi spietata del linguaggio odierno, portatore di significati e campanello d'allarme di una deriva violenta ed incivile alla quale tutti ci abbandoniamo, distrattamente e inesorabilmente, senza neppure tentare di porvi un argine, cullati da una brutalità di cui evidentemente non avvertiamo le dimensioni e la portata.
Ci addentriamo così nel condominio abitato da esseri umanamente mostruosi, svuotati, nevrotici e disorientati, nel quotidiano vivere di quattro personaggi banali e agghiaccianti allo stesso tempo, figli di una Nazione allo sbando che trova nell'individualismo estremo l'unica via di fuga.
L'uomo invisibile, l'impiegato annullato da una condizione di mediocrità comune, da una esistenza ripetitiva e priva di significato, che vive la sua solitudine come riparo da un mondo al quale non sente di appartenere, che avverte la sua condizione comune a quella dell'immigrato che vende gli ombrelli al semaforo, invisibile anch'esso, inutile e inconsistente, che alla fine investirà con la macchina e ucciderà, senza che il mondo attorno si fermi neppure per un attimo.
Le riflessioni del secondo personaggio riportano all'imperante egoismo sociale mascherato da perbenismo e da un più che mai diffuso pietismo, per cui l'uomo che, mentre piove incessantemente possiede l'ombrello e può ripararsi, si dispiace per l'altro, esposto inevitabilmente alle intemperie, ma trova, nelle sue argomentazioni, la giustificazione a tale disuguaglianza e la individua come una condizione ereditaria, che si trasmette di padre in figlio, e  pertanto non può essere modificata. La sua posizione gli consente di essere però magnanimo, e di proporre allo sventurato per DNA di trovare riparo per esempio sotto le sue scarpe, luogo perfetto per non bagnarsi: l'idea di condividere lo stesso ombrello in modo eguale è ovviamente improponibile.
Il protagonista del monologo successivo è un operaio particolare, il cui strumento di lavoro è una pistola, con la quale tutti i giorni, per otto ore al giorno, spara dalla finestra della sua abitazione chiunque, senza distinzione di religione, di sesso, di razza, di età. Un vero democratico, che tra l'altro svolge un ruolo decisivo nella Nazione in cui la prima causa di morte è il cancro: modifica sensibilmente le statistiche, per buona pace di tutti i cittadini.
L'ultimo personaggio è un uomo smarrito, che vive l'esperienza esistenziale in una scissione sia nel rapporto con se stesso che nel rapporto con gli altri, e ha bisogno di costruire un altro “io” per difendersi dalla realtà. Un uomo moderato e innocuo, che avverte però la necessità di avere un'alternativa alla sua mitezza, e porta sempre con se una pistola. La consapevolezza di averla in tasca e poterla usare in qualsiasi occasione lo fa sentire forte e preparato a qualsiasi evenienza.
L'inevitabile approdo per un luogo impregnato di paure, di egoismi e di disgregazione è la comparsa del Dittatore, dell'uomo forte capace di rimettere ordine nel disordine e di dare certezze nell'incertezza.
Il tiranno appartiene alla classe dominante, ne è consapevole come del fatto che le masse abbiano fallito il giusto tentativo di ribellarsi. E “Gramsci farebbe...” è l'intercalare che chiude il discorso del nuovo dominatore, col quale incitare il popolo di cittadini-sudditi a votare per lui, in quanto “voi proletariato siete dei criminali come noi, e avete perso l'occasione di allearvi con il sottoproletariato che è arrivato con i barconi per combattere contro di noi, classe egemone. Di più, ci avete chiesto leggi speciali e sicurezza per combattere quelli che stavano peggio di voi. Siamo proprio uguali. E noi faremo quello che ci chiedete: li addomesticheremo come abbiamo fatto con voi.”

Condividi su:

Seguici su Facebook