Di fronte alle catastrofi naturali, ai drammi personali e collettivi, alla morte inspiegabile e ai danni incalcolabili, in piena emergenza, ciò che si sente dire come una litania è che non è il momento delle polemiche ma dell'azione.
Poi l'emergenza passa, le telecamere si spengono, gli inviati delle TV nazionali vanno via, e ciò che resta è il vuoto e l'assenza nella vita delle famiglie colpite dal dramma della morte, la distruzione dei centri abitati, la devastazione delle imprese e delle aziende agricole, i danni spirituali, materiali e, purtroppo, l'inalterato agire dell'uomo.
Oggi, di fronte alla disgrazia, tutti, indistintamente, ci sentiamo una grande famiglia travolta dalla tragedia, ci sentiamo feriti e sconvolti come lo è la nostra Terra, ci sentiamo la nostra Terra. Oggi si. Perché non ieri? E domani saremo diversi?
Abitiamo quest'isola, ma siamo sicuri di averla sempre amata?
Come l'abbiamo tutelata? Forse innalzando barricate per difenderla? Forse ascoltandola? Abbiamo tutti noi, e non solo i nostri politici, delle responsabilità?
La Sardegna è stata il teatro di decenni di cementificazione selvaggia in nome dello sviluppo, perché la speculazione edilizia è vista come il motore che fa girare l'economia, che distribuisce lavoro e produce benessere. Abbiamo costruito ovunque, senza nessun ritegno, violando qualsiasi norma del buon senso, sugli argini dei fiumi, sin dentro i letti dei fiumi, in un delirio di onnipotenza e di stupidità di cui oggi cogliamo i frutti. E tutti noi ne siamo responsabili.
Per anni abbiamo storto il naso di fronte ai vincoli: basti pensare a ciò che accadde di fronte al Piano Paesaggistico Regionale della Giunta di Renato Soru, vissuto come un oltraggio alla libertà di costruire, avversato da buona parte dei partiti politici, compresi quelli dell'allora maggioranza, e dagli stessi cittadini sardi.
Oggi forse abbiamo qualche rammarico, oggi forse un senso di colpa attraversa i cuori di molti.
Anche la Terra, come noi, ha il diritto di respirare, e noi invece l'abbiamo soffocata, privandola degli spazi vitali, deviando i corsi dei fiumi, cementificandoli, abbandonandoli all'incuria, disboscando coi roghi estivi e oltraggiando un intero territorio.
Certo, l'evento naturale abbattutosi sulla Sardegna aveva tutti i tratti dell'evento straordinario, ma le vittime e i danni ingenti sono in gran parte da ricondurre piuttosto all'accumulo di un ordinario scempio, in bilico tra legale e illegale, tra abusivismo e consuetudine. E non arriverà nessun condono per sanare e legalizzare le vittime dell'umana irresponsabilità.
S'impone una riflessione generale, che riguarda non solo noi, ma i cittadini del mondo intero. Gli eventi climatici estremi sono causati dall'innalzamento della temperatura del globo terrestre, determinato a sua volta dall'inquinamento atmosferico. Gli esperti concordano sul fatto che il responsabile principale del riscaldamento globale sia l'uomo.
Con la firma del Protocollo di Kyoto nel 1997, i paesi sviluppati (ma non quelli allora in via di sviluppo) si accordarono per ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica. L'obiettivo non è stato raggiunto e le emissioni sono addirittura aumentate.
L'unione Europea, nell'ambito della strategia Europa 2020, tra le priorità, individua la riduzione delle emissioni di gas serra del 20%, o persino del 30% se le condizioni lo permettono, cercando di indirizzare verso la produzione di energia da fonti rinnovabili.
In barba a tutto ciò, si propongono ancora oggi, anche nei nostri territori, progetti di centrali energetiche da alimentare a carbone, la fonte energetica che incide maggiormente sulle emissioni della CO2.
Forse non è tardi per cambiare rotta, e forse dove non arrivano gli Stati, la politica e il mercato, può arrivare il singolo.
Non sarà il caso di cambiare il nostro stile di vita?