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"La solitudine nel 2015 è essere nudi su una spiaggia deserta" di Fabio Forma

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Perché l’Isola dei famosi? Fra tutti gli argomenti affrontabili, perché parlare di un reality e perché di questo in particolare? Premesso il fatto che mal sopporto fra gli spettacoli televisivi quelli battezzati “reality”, perché la realtà che dovrebbero rappresentare, in buona sostanza è artificio puro, trovi esso ambientazione in una casa, in una fattoria, sia popolato di semplici sconosciuti pronti per esser consegnati alle ribalte del gossip, o di pupe e secchioni.
L’Isola dei famosi ha qualcosa di infinitamente più puro ed irraggiungibile, e qualcosa di profondamente ignobile, ma altrettanto radicato nell’uomo. Mi spiego meglio: la purezza cui alludo è quella vera, naturale, rappresentata dal legame uomo-natura, legame non costituito più dal cordone diretto fra madre (natura) e figli (donne e uomini), bensì da una molteplicità di nodi, cime, lucchetti, elastici rappresentati dalla tecnologia, madre artificiale della vita moderna. Ed essendo scaraventati su un’isola deserta, i nostri naufraghi sono costretti a riallacciare un rapporto puro con la natura, rapporto che spesso – quasi sempre – non hanno mai veramente posseduto, nemmeno da bambini. L’aspetto meno nobile cui alludo, insito nell’uomo, è legato al sentimento di rivalsa, scaturito dall’invidia che l’italiano medio nutre verso il famoso di turno. Un personaggio pubblico, ancor più se legato al mondo dello spettacolo, è continuamente preceduto da un’aura, positiva, negativa o neutra poco importa, ma egli non è solo l’individuo che esiste da qualche parte in questo Paese: è ciò di cui si parla, è ciò che appare nel piccolo schermo, o in tutti i media possibili. E la rivincita dell’uomo comune è proprio questa, vedere il famoso denudato, privato dei suoi agi ma anche della possibilità di mostrarsi buono al ventesimo ciack. I naufraghi sono persone comuni, scontate, ovvie, come non potrebbe che essere ciascun individuo spiato ventiquattro ore al giorno. Ed al contempo vivono in una condizione naturale al cento per cento, patendo la fame, il caldo e il freddo, come capiterebbe a chiunque altro. Siano essi grandi attrici sul viale del tramonto, attori pornografici di comprovato talento, cantanti smaniosi di apparire, o meno conosciute “sorelle di” o “ex ragazze di”, la loro condizione di naufraghi volontari li svestirà anche in senso lato, mostrandoceli per quel che sono, come è stato nelle passate annate.
Ecco il merito innegabile dell’Isola. I dati di ascolto dei principali reality non hanno dato ragione a questo tipo di show televisivo. Il fatto che l’Isola invece continui a imperversare nei palinsesti, litigata fra Rai e Mediaset, la dice lunga.
Le grandi storie legate all’umanità affrontano tematiche enumerabili semplicemente: per le quali bastano le dita di una mano. Lo scontro fra uomo e natura, l’amore contrastato, l’onore leso, l’invidia per un agio o una posizione ed il tentativo di usurparlo per farlo proprio, da sempre affollano la letteratura da che è letteratura.
L’Isola dei famosi riassume nella sua essenza ben due di questi sentimenti fondamentali: lo scontro fra uomo e natura, che scaturisce dalla privazione totale delle agiatezze, portando ad un sodalizio coatto ed in fin dei conti puro; la voglia di primeggiare propria dell’individuo, per risultare in fine il vincitore del gioco, quindi avere la meglio sui suoi colleghi, dotati delle stesse armi.
Ma addentrandoci nella realtà del programma di quest’anno, oltre al cambio di rete, da Rai due, a Canale cinque, e di conduzione, dalla urlante e odiosa Simona Ventura, alla più discreta e pur consumata conduttrice di reality Alessia Marcuzzi.
Come scritto sopra, il buono di questo format è il fatto che ogni concorrente resti nudo di fronte alla natura, ma anche alle telecamere. L’introduzione della novità dell’anno, Playa desnuda, mette in pratica alla lettera questo concetto, facendo vivere i due naufraghi, non a caso scelti, fra la massa pur ristretta di vip, per il loro fascino, in questo caso nelle persone di Cecilia Rodriguez e Brice Martinet. Privandoli fisicamente dei loro vestiti e di tutto il resto, regalandogli tuttavia ogni giorno del cibo lasciato compassionevolmente dalla produzione nella parte più alta dell’isola, i naufraghi dovranno conquistarsi ogni giorno la loro sussistenza, scalando il monte che li separa dal totem, a piedi nudi fra rocce, arbusti e serpenti. Il parallelo biblico quindi è quanto mai scontato, ma anche appropriato, così i due naufraghi vengono chiamati rispettivamente Eva ed Adamo, come i primi abitatori della terra, prima giardino dell’Eden, ora semplice isola spoglia e dura.
Tuttavia anche gli altri naufraghi non se la passano bene, eccezion fatta per i tre approdati a Playa bonita, parentesi noiosa ma assolutamente funzionale allo svolgimento della vita dei veri naufraghi. Perché per alimentare quei sentimenti di base così funzionali alle storie che ci appassionano veramente, bisogna inserire, meglio se a tradimento, un diversivo. Quindi mentre i naufraghi patiscono la fame, il freddo e la lontananza da quel mondo senza il quale sembravano impossibilitati a vivere, i tre privilegiati di Playa bonita hanno viveri, coperte, ed un maggiordomo ribattezzato Wilson, come il pallone di Cast away, unico amico, sintetico ma antropomorfo, del protagonista. Qui Wilson è una persona in carne ed ossa, che si prende cura dei tre naufraghi di lusso, ma anche lui ha una data di scadenza. Dopo cinque giorni di fatti viene licenziato dalla produzione, ed i tre si rendono conto che è stato un errore rigettare in acqua i piccoli pesci pescati da Fanny. Ma come dicevo, i veri protagonisti indiscussi sono i dodici di Cayo paloma.
E’ qui che si vede il bello, e l’Isola assume un senso più profondo, perché dopo qualche giorno i nervi subiscono un cedimento, collettivo, e si comincia a vedere l’animo vero di ciascuno dei concorrenti. L’incrollabile ex-campione del mondo Oliva perde ai punti contro un Valerio Scanu su cui pochi puntavano prima dell’inizio del programma, mentre cominciano a delinearsi i gruppi, due principali, e le amicizie appena nate via via prendono le sembianze di vere e proprie alleanze, o semplicemente patti di non belligeranza, perché come dice giustamente Rocco, “all’inizio si è tutti amici, ma poi il gioco lo vince uno, e le amicizie finiscono”. L’Isola è studiata per selezionare, naturalmente diremmo, e decretare un unico, solo, gran vincitore. Per quanto mi riguarda il pezzo grosso di questa edizione è proprio Rocco Siffredi, per quel che è stato e soprattutto per quel che è adesso: un uomo ironico ed auto-ironico, dote rara, non solo nel mondo dello spettacolo. Ed il suo lato umano è la cosa che mi ha fatto apprezzare maggiormente questo programma, passatempo di milioni di spettatori italici, che evadono dalla grigia e talvolta tragica routine, immedesimandosi un po’, ed un po’ gioendo, delle singole disgrazie dei loro paladini. L’immagine più bella, a mio parere, di questa prima settimana d’Isola è proprio Rocco che rincuora Rachida, mentre piange pensando alla sua femminilità sfumata, ed agli anni, alle occasioni passate, come un treno che non ripasserà per quella stazione. Rocco le dice “Guarda che il treno non passa mai”, e forse ha ragione. E poi, si commuove a sua volta, pensando al figlio. Ebbene, volendo citare il grande Dostoevskij che asseriva “Tutto l’universo della conoscenza, non vale le lacrime di un bambino”, posso affermare che, non essendoci bambini sull’Isola, tutti i palinsesti televisivi non valgono le lacrime, sincere, di Rocco, che si scopre a cinquant’anni confidente e padre, e lo fa nel modo più sincero possibile, digiuno, su un’ isola, lontano da casa e dai suoi affetti.

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