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Fanghi alla Diossina usati in agricoltura e scarichi di sostanze pericolose nel Rio Orovò: gli sconcertanti documenti della Provincia sul Depuratore di Macomer

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MACOMER. Potrebbe dirsi che, come tutti gli anni, mentre prendiamo il sole in qualche bella spiaggia isolana, capitano cose importanti che ci sfuggono.

In piena settimana di Ferragosto infatti la Provincia di Nuoro adotta alcune importanti determinazioni inerenti le attività del Consorzio per la Zona Industriale di Macomer.

La prima, la N. 1332, nella quale si impongono una serie di divieti e si chiede al Consorzio di presentare una istanza di Autorizzazione Integrata Ambientale per l'impianto di depurazione consortile di Macomer, è datata 10 Agosto (la proroga ottenuta dal Consorzio scade il 30 Settembre).

La questione, in sintesi, è questa: all'impianto di Depurazione del Consorzio Industriale di Macomer arrivano, attraverso 4 diversi collettori, le acque reflue urbane Macomer e quelle della zona industriale di Bonu Trau, le acque reflue urbane di Birori, quelle industriali di Tossilo e quelle provenienti dall'impianto di trattamento dei rifiuti.

E sono proprio le acque reflue provenienti dall'Inceneritore il problema.

L'Arpas, si legge nel documento a pag. 3, ha accertato che “nelle acque reflue industriali provenienti dall'impianto di trattamento e smaltimento dei rifiuti della società Tossilo S.p.A. e convogliate al depuratore consortile sono presenti sostanze pericolose (…) e che dette sostanze sono presenti anche nelle acque reflue in ingresso e/o in uscita dall'impianto di depurazione consortile” e pertanto la stessa Arpas ritiene che “ l'impianto di depurazione non sia idoneo al trattamento di sostanze pericolose PCDD e PCDF a meno dell'utilizzo di sistemi adsorbenti per sostanze organiche, in quanto composti persistenti difficilmente biodegradabili e pertanto non trattabili con processi biologici”.

Quindi sostanzialmente, si intuisce, il depuratore non è dotato di filtri adatti al trattamento dei liquidi pericolosi provenienti dall'Inceneritore.

Ma cosa sono  PCDD e PCDF? Le policlorodibenzodiossine (PCDD) e i policlorodibenzofurani (PCDF) altro non sono che le comunemente note “diossine”.

E che fine fanno queste acque reflue contenenti pericolose sostanze identificate come Diossine? 

Si scaricano nel fiume appunto, con naturalezza, da quasi 5 anni.

Ce lo rivela lo stesso documento Provinciale: “con determinazione del 21/06/2011 è stato autorizzato lo scarico nel Rio Orovò delle acque reflue urbane provenienti dall'impianto di depurazione consortile di Macomer e il trattamento dei rifiuti liquidi presso il medesimo impianto”.

Ma non è finita qui.

Nella Determinazione si legge ancora che la Provincia delibera “di non autorizzare l'utilizzo in agricoltura dei fanghi di depurazione provenienti dall'impianto di depurazione consortile di Macomer”.

I fanghi alla Diossina ( derivanti “dalle acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose” ) usati quindi in agricoltura? Pare proprio di si.

A darne conferma è la Determina Provinciale del 13 Agosto ( quella che concede, come si può verificare direttamente, al Consorzio di continuare a far arrivare questi rifiuti liquidi al depuratore e smaltirli poi nel modo sopra descritto per altri 15 giorni ) nella quale si legge che il Consorzio chiede di posticipare i termini di applicazione della Determinazione del 10 Agosto per trovare, tra le altre, “una soluzione alternativa allo smaltimento dei fanghi in agricoltura e allo smaltimento dei percolati presso altri siti”.

Insomma, il Consorzio, se non può utilizzare questi fanghi in agricoltura, ha difficoltà a collocarli e chiede quindi tempo per organizzarsi.
Comprensibile infondo!

Quello che lo è meno è la logica constatazione che si evince da questi documenti: i terreni agricoli, quelli nei quali si produce il cibo che portiamo sulle nostre tavole quotidianamente, sono stati “concimati” con fanghi alla diossina.

Un'operazione che, presumibilmente, è stata una pratica normale dal 2011.

Allo stesso modo, le acque reflue contenenti diossina sono state scaricate nel Rio Orovò.

A questo punto, ci pare lecito chiedere: dove sono stati portati questi fanghi? In che quantità e per quanto tempo li si è utilizzati in agricoltura? Quali sono, nello specifico, i terreni interessati a questa operazione? Quali le conseguenze per la salute?

Una risposta, esaustiva e chiara, resa ai cittadini del territorio e non solo, sarebbe quantomeno doverosa. 

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