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Bolotana e la storia delle pandemie nei secoli scorsi: "Tempora mutantur" di Graziano Bussa

| di Graziano Bussa
| Categoria: Territorio | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Il rettore di Bolotana Antonio Giovanni Contini annotava nella cronistoria dei registri parrocchiali dell’anno 1918: “18 ottobre, scoppia un’influenza maligna che dura fino a tutto dicembre e fa un’ottantina di vittime”.

Si trattava della famosa “febbre spagnola” che in Sardegna, secondo le stime della storica Eugenia Tognotti, fece 12.000 vittime; la guerra che stava per finire conterà alla fine 13.000 morti.

In realtà l’epidemia era scoppiata già da parecchio tempo, ma era stata tenuta nascosta per diversi mesi: la guerra non era ancora terminata anche se era agli sgoccioli, ma le autorità ritennero politicamente prudente nascondere la notizia. Tempora mutantur … i tempi sono cambiati, ma le cattive abitudini permangono.

La Spagna, colpita anch’essa dal virus, non era in guerra ed i giornali spagnoli diffusero la notizia che in un baleno fece il giro del mondo. Per questo motivo l’epidemia fu chiamata “spagnola”. In realtà l’epidemia proveniva dall’Asia, con molta probabilità dalla Cina. Tempora mutantur...

In tutto il mondo il numero delle vittime, che non era facilmente quantificabile, è stato stimato da 50 a 100 milioni. Ed i più colpiti erano le persone tra i 15 e i quarant’anni.

Le autorità civili si attivarono subito per cercare di arginare la diffusione del morbo.

In Sardegna, il prefetto di Cagliari, in accordo con le autorità ecclesiastiche, emanò un’ ordinanza con la quale vietava “le feste patronali e l’intervento di persone estranee alla famiglia” nei funerali, gli assembramenti, ecc.

I più colpiti, come abbiamo detto, erano quelli compresi nella fascia di età fra i 15 ed i 40 anni.

Gli anziani furono quindi risparmiati o comunque non furono colpiti in maniera massiccia. Secondo alcuni, questo dipendeva dal fatto che gli anziani erano stati immunizzati dall’influenza del 1889 ed erano quindi più resistenti al contagio.

Questo fatto viene confermato anche a Bolotana.

Prendendo per buono il periodo indicato dal Parroco, dal 18 ottobre alla fine dell’anno si hanno 109 morti (53 maschi e 56 donne) con una età media di 23 anni, ed una media di un funerale al giorno.

Sulla pandemia del 1889 non abbiamo dati che indichino che a Bolotana ci sia stata questa epidemia: dal 1885 al 1890 il numero dei morti fu di 584, con una media annuale di 97,3 decessi, senza picchi che dimostrino la presenza di un’epidemia in uno di quegli anni.

La pandemia che colpì Bolotana, duramente, fu invece quella del 1855, dovuta al colera.

Una malattia causata soprattutto dalle pessime condizioni ambientali e sociali nelle quali si viveva in quei tempi: la sporcizia e soprattutto l’inquinamento delle acque e, naturalmente, una sanità inesistente e pasticciona, contribuirono ad aggravare la situazione. Il colera si sviluppò soprattutto nelle aree urbane e ad essere colpiti furono soprattutto i ceti più poveri.

Il colera che fino allora aveva allignato nell’India e nel Bengala, nel 1817, iniziò a diffondersi negli altri continenti arrivando ben presto in Europa.

Il “vibrio cholerae” è un bacillo vivente nell’acqua e una volta penetrato nell’organismo si sviluppava e moltiplicava nell’apparato digerente dell’uomo provocandone la morte.

Il “mostro asiatico” - come lo chiamò la studiosa sassarese Eugenia Tognotti - arrivò in Italia nel 1835, provocando sconquassi non dissimili da quelli provocati oggi dal Coronavirus.

Per combattere l’epidemia la Chiesa organizzava processioni, messe, ecc. ecc., contribuendo, involontariamente, con gli assembramenti, alla diffusione della malattia.

Allora la peste era considerata un castigo di Dio e come tale la Chiesa lo combatteva. Già nel 1600 lo spagnolo Juan Rebello asseriva che per difendersi da il contagio l’unico mezzo efficace era il rosario.

L’assistenza sanitaria, ancora in fase embrionale, era assicurata da pochissimi medici ma soprattutto dalle levatrici e dai barbieri che alimentavano la medicina alternativa con l’utilizzazione empirica dei “rimedi naturali”.

Qualcuno si chiederà cosa c’entrassero i barbieri. Il primo dei rimedi, quando si stava male, era il salasso, ed il barbiere era quello che aveva “gli strumenti” per il salasso, vale a dire i rasoi per incidere le vene e cavare il sangue. Poi anche i barbieri seguendo il progresso “tecnologico” si dotarono de “sa lanzitta”, una sorta di bisturi che ben si prestava all’opera.

A ricordo della loro “meritoria” azione per combattere non solo il virus, ma tutte le malattie, i barbieri istituirono il loro simbolo che fino a non molto tempo fa esibivano davanti al loro “ambulatorio”: un palo verticale con strisce bianche e rosse, dove le strisce bianche rappresentano le bende, le rosse il sangue dei salassi ed il palo che serviva per tenere orizzontale il braccio.

Nel 1855 il colera arrivò in Sardegna.

Tore Marruncheddu, sacerdote, docente di storia e filosofia, nella sua “Storia di Bonorva nell’ottocento” data l’arrivo del virus arrivò in Sardegna nell’estate del 1855.

Tre bastimenti salpati dal Livorno nel giugno del 1855 con a bordo stoffe, coperte e cappotti acquistati a basso prezzo nei lazzaretti dove notoriamente venivano confinati i malati di colera, approdarono a Porto Torres.

La merce fu messa in vendita ed in poco tempo l’epidemia dilagò in tutto il sassarese e nel Logudoro e poi in tutta la Sardegna.

A Bolotana arrivò alla fine di ottobre.

Se nel decennio precedente la media dei morti era stata di 97,6 all’anno, nel 1855 i morti furono 310.

Il mese di novembre fu un’ecatombe con 235 morti, quasi 8 morti al giorno; il solo 23 novembre registrò 10 morti.

I morti di colera si aggirarono intorno ai 250.

Solo nel 1883 Koch scoprì il vibrione colerico e questa fu una scoperta decisiva per debellare il virus, anche combattendo vecchi pregiudizi che indirizzavano le popolazioni ad affidarsi alla religione e dai venditori di elisir piuttosto che alla medicina.

Prima di questa scoperta i rimedi erano molteplici e spesso strampalati, come i bagni di vapore fatti in questo modo: Poiché “ l’esperienza ha dimostrato in molti luoghi, in cui il cholera ha dominato , che si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una penta di aceto, cui taluno consiglia di aggiungere due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino: nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro, o di pietre, o di mattoni. Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato, spogliato delle sue vesti. Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi, i quali dovranno posare su panno di lana, o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta, si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre ecc. arroventati. L’aceto in tal modo si scalda , e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno dee durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto.”

Costretto alla cura con i “rimedi naturali “ era molto probabile che in breve tempo ci lasciasse le penne.

Graziano Bussa

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